djsetta✡

Siamo sulla riva ognuno col proprio spazio vitale e il complesso di Telemaco a ingrassare il mare della quantità. Un’obesità storica. Pare ci sia in giro un virus che porta al volo pindarico, all’idealizzazione, ma di quella andata a male, che ti congela il gesto. Si perde e questo è quanto. Non ci si muove più, si aspetta ai bivi. Magari davanti al mare come adesso, a pensare ai treni che riesci in fin dei conti a prendere sempre, ma che non arrivano mai. Al fatto che te lo diceva sempre anche mammà, tu ‘c’hai proprio la memoria fotografica, figlio mio’. Finisce che questa diventa una condanna nella condanna, l’infezione della memoria che si moltiplica, germina e dilaga. Allora cerco tra la sabbia, in allerta. Dovesse tornare adesso! Ci sono oggetti che salgono sul pelo dell’acqua come bolle d’aria. Un’agenda, molti dischi, un orsacchiotto color sabbia (o forse corda?) comprato all’ikea, sottratto, salvato dall’ikea, a soli euro 1 e 99 centesimini, una penna a forma di pesce, avatarocchialidasoleD e cicche di sigarette, un libro di racconti di carver, un vaso segnato 79/100.

Ricordi la prima volta che hai aperto gli occhi sott’acqua? hai chiesto con le labbra ancora smosse e arrossate. La stanza con quel suo soffitto alto è piena del tuo odore. Lo indovino materico e autoritario scorrere a zaffate l’una sull’altra. Ti scosto i vestiti, annuso l’incavo dello sterno: una nicchietta pronunciata e uterina, un’edicola per santi dell’Appennino scavata per sbaglio, proprio lì al centro d’una sostanza elementare, un corpo di lavagna e gesso. Ti rispondo che sì, me lo ricordo, e ti racconto una storia girata in superotto di lentiggini stampate sul naso, l’espressione di bambino eternamente adulto. Tu succhi le parole che s’impastano alla polvere. Quando riapro gli occhi, facciamo che tutto questo non sia mai successo, hai detto poi.

Respiro e madeleine. Una carena, un biglietto, la carogna della medusa opalescente. In viaggio tra viscere e mucose ne schiudo un altro. L’uovo del ricordo. Ho sette anni e tutti mi chiamano Rame. Occorre pur darsi dei nomi da lanciare alti nelle battaglie, da urlare anarchici sulla Graziella rossa col gagliardetto italico come una mano gialla sul culo di un appaloosa. Il puntoG dell’infanzia: quando devi sceglierti una stella. Il boschetto dietro la palazzina è nostro, un fortilizio di vegetazione da difendere dalle gru, lontane. I grandi ci dicono di non andare a ficcarci dalle parti dei cantieri, dicono ‘ci sono le mute di cani e quelle dei tossici’, siringhe o rogna che ci avrebbero infettati solo a guardarle. Io ci andavo ogni giorno, compulsivo e insolente, guidato dal naso, ché la vista non serve mica. Seguivo una scia, un odore sconosciuto ma già così eternamente familiare.